Still face e stili di attaccamento

Io e mio figlio non ci capiamo

 A volte bastano gli sguardi per capirsi (arricciare le sopracciglia per dimostrare rabbia, alzarle per mostrare sgomento), le emozioni possono essere espresse attraverso alcune gestualità caratteristiche (unire le mani per ringraziare con un accenno di inchino), aprire le braccia in segno di felicità e accoglimento) e, prima dell’apprendimento del linguaggio, è uno dei principali metodi di comunicazione nei bambini; imparare a riconoscerle è di fondamentale importanza perché un figlio possa sentirsi compreso.

Sintonizzazione ed espressioni facciali

Il processo di sintonizzazione consiste nella sincronizzazione di gesti, espressioni facciali ed emozioni tra madre e figlio ed è fondamentale perché il neonato possa sentirsi compreso dal genitore.

La sensazione così sperimentata dal bambino sarà utile a coltivare il proprio benessere emotivo, che gli permetterà di interpretare il mondo che lo circonda, come attento ai propri bisogni.

Nel link riportato qui sotto, è possibile vedere come le espressioni facciali della madre generino risposte differenti nel figlio:

(6) Still Face Experiment Dr Edward Tronick – ita – YouTube

Lo Still Face è un paradigma elaborato dal Dr. Edward Tronick negli anni ‘70 del 1900; è stato utile e lo è tutt’oggi, per valutare le caratteristiche dello sviluppo della personalità umana attraverso lo studio dell’interazione madre-figlio.

Il bambino è attore della comunicazione con la madre e si esprime attraverso gesti ed espressioni facciali che, quando non sono corrisposti dalla stessa (per esempio quando il volto rimane improvvisamente impassibile per un lasso di tempo prolungato durante lo scambio comunicativo con il neonato), generano frustrazione nel piccolo, il quale, inizialmente, cerca di recuperare il contatto con la madre per poi virare verso comportamenti di autoconsolazione come succhiarsi il pollice.

Competenze neonatali e interazioni con il caregiver

Sul finire degli anni ‘70 del 1900, l‘Infant research ha consentito di comprendere e descrivere in modo più approfondito il ruolo delle espressioni facciali nella relazione madre-bambino.

Dal secondo mese di vita, si può notare come l’interazione tra neonato e caregiver (ovvero colui che “fornisce le cure”, nel caso specifico sono i genitori di riferimento) sia caratterizzato da un’alternanza di sguardi, sorrisi e vocalizzazioni, simili a quelli del dialogo tra adulti; la serie di momenti di avvicinamento ed allontanamento psico-emotivo tra genitore e figlio durante l’espressione emotiva (ovvero la manifestazione delle proprie emozioni attraverso gesti ed espressioni facciali) , permette al neonato di strutturare le prime rappresentazioni relazionali, che orienteranno le sue successive esperienze.

Anche le neuroscienze hanno iniziato a interessarsi a tale fenomeno relazionale, analizzando le strutture cerebrali del neonato durante l’interazione non verbale con il caregiver di riferimento: sono emersi uno sviluppo cerebrale e la formazione di reti neurali che determinano la specificità individuale, caratterizzata dal mutuo dialogo tra gli emisferi destri sia della madre che del bambino; questo significa che il cervello del bambino cresce e si formano delle “strade” chiamate connessioni neurali, che rendono ogni persona unica. Questo processo è influenzato e arricchito dalle interazioni tra il cervello del bambino e quello della madre, specialmente nella parte destra del cervello di entrambi.

Quando manca la sintonizzazione

Gli studi dimostrano come i neonati siano partecipanti attivi nella relazione con il caregiver ma, non essendo ancora in grado di parlare, la loro comunicazione passa attraverso la comunicazione non verbale, come la serie di sguardi e di gesti che il bambino compie nella quotidianità.

Quando i bambini percepiscono che le proprie richieste non vengono comprese dall’adulto,come nel paradigma dello “Still face” mostrato precedentemente, questi tendono a modificare il proprio comportamento sorridendo di meno e mostrando avversione nello sguardo, affinché possano richiamare il genitore a una nuova sintonizzazione.

Se il mismatch (mancata sintonizzazione tra genitore e figlio) dovesse prolungarsi oltre il periodo in cui il bambino riesce a sopportare le incomprensioni con il genitore, si potrebbero manifestare problemi nella qualità relazionale per mancata responsività del caregiver (responsività che si manifesta come empatia, altruismo e comportamenti prosociali) e disturbi comportamentali nel neonato. Quando il bambino si sente incompreso, inizia a nutrire sfiducia nei confronti dell’adulto di riferimento prima, e negli altri poi, risultando difficile per lui/lei instaurare rapporti fiduciari in futuro con la maggior parte delle persone con le quali si rapporta.

Nei casi più gravi si possono manifestare anche disturbi psicosomatici (es. psoriasi), ovvero malattie a livello fisico del disagio psichico, vissuti di vergogna, paura, bassa autostima, tristezza e difficoltà nella regolazione delle emozioni.

I momenti di incomprensione

I momenti di incomprensione si generano ogni qualvolta la comunicazione fallisce: può capitare nel caso di malintesi in un contesto relazionale, lavorativo o di incontro tra culture differenti; questi malintesi possono includere incomprensioni linguistiche, preconcetti culturali e mancanza di attenzione o di ascolto.

Nel caso di un neonato, queste incomprensioni non possono essere comunicate dal bambino, in quanto non è ancora in grado di fare uso della parola: i momenti di mismatch o incomprensione, generano nei neonati la stessa frustrazione che generano negli adulti con cui ci rapportiamo, con la differenza che i più piccoli, iniziano a sviluppare un’immagine del mondo quanto più simile a ciò che gli viene mostrato dal comportamento del caregiver.

Un ruolo rilevante viene assunto, in questi casi, all’intelligenza emotiva: questo concetto è stato sviluppato nel 1996 dallo psicologo statunitense Daniel Goleman e consiste nella capacità di un individuo di dare ascolto alle proprie e altrui emozioni e di sapergli attribuire un nome al fine di raggiungere un obiettivo personale.

Per il corretto sviluppo dell’intelligenza emotiva all’interno dei bambini, è necessario che riescano ad allenare e possedere queste 5 capacità:

  • consapevolezza di sé: consiste nella continua attenzione rispetto alla propria esperienza emotiva;
  • gestione del sé: ovvero la capacità di gestione delle proprie emozioni e regolarle in base a come risultano essere funzionali per la situazione in cui ci si trova, per esempio, nonostante si possa aver subito un torto, è più opportuno farlo notare al proprio superiore rivolgendosi a lui in modo diplomatico piuttosto che urlare con tutta la rabbia che si prova in quel preciso momento;
  • empatia: consiste nella capacità di capire lo stato emotivo altrui;
  • motivazione: rappresenta ciò che determina il comportamento di un individuo, può essere intrinseca quando proviene dall’interno della persona e appaga un bisogno personale, può altresì essere estrinseca quando invece appaga il bisogno di una terza persona;
  • abilità sociali: consistono nella capacità di mettere in atto dei comportamenti adeguati e che consentono di entrare in relazione e interagire con altri in modo appropriato ed efficace.

Se si è padroni delle capacità sopraelencate, i momenti di incomprensione, con il proprio figlio nello specifico e più in generale con i pari, tenderanno a ridursi significativamente.

Stili di attaccamento

I legami affettivi sono stati oggetto di studio della “situazione insolita” (strange situation) ideata da Mary Ainsworth, situazione volta a indagare la qualità dello sviluppo affettivo del bambino nei confronti del caregiver.

Sviluppata dalla psicologa Mary Ainsworth negli anni ’70, è funzionale all’osservazione delle relazioni di attaccamento tra un caregiver (solitamente un genitore) e il bambino. Viene utilizzata in psicologia dello sviluppo per valutare lo stile di attaccamento di un bambino al suo caregiver.

La procedura comprende diverse fasi in cui il bambino viene osservato mentre gioca, viene lasciato solo, poi in compagnia di uno sconosciuto, e infine quando si riunisce con il caregiver.

  • stile di attaccamento sicuro: il bambino si sente compreso dal genitore che soddisfa i suoi bisogni al momento opportuno, ad esempio facilitando i momenti di gioco o interpretando correttamente la tipologia di pianto che indica stanchezza piuttosto che fame: sviluppa un senso di fiducia nei confronti delle altre persone durante l’arco della vita;
  • stile di attaccamento insicuro evitante- insicuro ambivalente: il caregiver è indifferente alle richieste del bambino quando piange, quando vuole giocare o riposare perché intento a soddisfare prima i propri bisogni (come ad esempio ascoltare i notiziari o rispondere al cellulare ignorando le richieste del neonato): nutrirà quindi sfiducia nella possibilità di essere compreso da altre persone durante il proprio percorso di vita;
  • stile di attaccamento disorganizzato: caratteristico stile di attaccamento di bambini che vivono ambienti maltrattanti e/o abusanti, ambienti in cui il caregiver risulta essere sia una base sicura che un potenziale pericolo; il risultato della situazione sperimentale sarà dunque un mix degli stili comportamentali precedentemente descritti e, il bambino, sarà confuso nei momenti di allontanamento e ricongiungimento con il caregiver e in tutto l’arco della vita avrà la percezione degli altri, ora come pericolo, ora come alleati.

Gli stili di attaccamento elencati, produrranno effetti differenti sui futuri adulti:

  • Attaccamento Sicuro negli adulti: gli adulti con attaccamento sicuro tendono ad avere relazioni stabili e intime, si fidano degli altri e si sentono degni di essere amati. Sono confortevoli con l’intimità e l’indipendenza, bilanciando bene il bisogno di vicinanza e spazio personale.
  • Attaccamento Evitante-ambivalente negli adulti: gli adulti con attaccamento evitante spesso faticano a creare legami emotivi profondi e possono sembrare distanti o disinteressati nelle relazioni. Possono privilegiare l’indipendenza a scapito della vicinanza emotiva e avere difficoltà a condividere sentimenti e bisogni. Al contrario, adulti con attaccamento ansioso o ambivalente possono avere relazioni caratterizzate da una forte dipendenza emotiva e preoccupazione per l’abbandono. Possono essere ipersensibili a segnali di rifiuto e spesso cercano attivamente segnali di rassicurazione e affetto, il che può risultare soffocante per i partner.
  • Attaccamento Disorganizzato negli adulti: gli adulti con attaccamento disorganizzato possono avere modelli relazionali molto instabili, spesso a causa di traumi o abusi subiti durante l’infanzia. Possono avere difficoltà a regolare le emozioni e a comportarsi in modo coerente nelle relazioni.

Cosa fare quando c’è troppo mismatch

La psicoterapia cognitivo comportamentale potrebbe aiutare nel ridurre i momenti di mismatch, migliorando la capacità di ascolto (permettendo di focalizzare l’attenzione sul linguaggio non verbale), controllando il respiro per accedere ad uno stato d’animo più rilassato, sviluppando pazienza e comprendendo le emozioni del nostro interlocutore più che il messaggio in sé.

Quando sono risolti i conflitti interiori, si possono comprendere meglio i bisogni del prossimo: con conflitti interiori, si intendono tutti quei momenti in cui le cinque capacità citate precedentemente a proposito dell’intelligenza emotiva, sono sviluppate solo in parte.

Un esempio di conflitto interiore irrisolto, potrebbe risiedere nell’abbandono infantile, portando il soggetto a temere di essere abbandonato nuovamente in futuro. Questo potrebbe portare il soggetto a non vivere appieno le proprie relazioni, proprio per una mancanza di fiducia negli altri.

Conclusione

Le cure fisiche sono importanti nel primo periodo di vita di ogni neonato affinché si possa sviluppare una personalità integrata e sicura: questa è contraddistinta da una spiccata flessibilità nella risoluzione dei problemi e nel mantenimento dei rapporti con gli altri.

Le espressioni facciali sono il mezzo privilegiato di comunicazione con il caregiver, il quale si vede coinvolto in uno scambio diadico di costante rottura (mismatch) e sintonizzazione con il figlio, affinché si possa stabilire un legame affettivo sicuro che concorre al sano sviluppo del bambino.

Per sviluppare empatia è necessario fare riferimento all’intelligenza emotiva (ovvero la capacità di percepire, regolare e controllare le emozioni) e allenare alcuni aspetti di sé talvolta taciuti.

Bibliografia

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Contenuto a cura di:

Ivan Scamorza

Tirocinante in Psicologia